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Il progetto e l’intervento di restauro del manufatto architettonico passano da una fase conoscitiva alla predisposizione di un programma operativo, tramite una serie di meccanismi, attraverso cui sia attua, nella sua complessità, la conoscenza oggettiva e critica dell’opera.
Riportiamo i risultati dello stadio scientifico della conoscenza, che ha richiesto il rilievo del manufatto, lo studio delle tecniche costruttive originarie, l’analisi del degrado e un’indagine polimetodologica sui laterizi, malte, intonaci, piante infestanti, per arrivare allo studio delle cause a cui questo degrado è riconducibile; analisi e ricerche condotte con il contributo di diversi operatori1.
A differenza di quello che avevamo pensato all’inizio quanto riportato in questo volume non può dare atto esaustivamente del lavoro prodotto, ma solo una parziale sintesi. Partendo dal presupposto che la modificazione dello stato di equilibrio originario possa essere dovuta a cause coeve alla costruzione o posteriori, per quanto riguarda la Rocca di Noale possiamo dire che le cagioni del degrado in epoca moderna non siano dovute ad effetti dipendenti dalla localizzazione, quanto ai materiali costruttivi, agli agenti naturali, che si sono verificati frequentemente nel tempo, e agli interventi umani.
Per il degrado dei laterizi le origini del deterioramento della materia dipendono da anomalie conosciute già nell’antichità: il grado di cottura, la lavorazione e il tipo d’argilla utilizzato (Vitruvio, Palladio, Scamozzi) e da fattori prettamente contemporanei, fisici, chimici, biologici e microbiologici.
Abbiamo potuto determinare le cause del degrado partendo dalla composizione, temperatura di cottura, epoca e resistenza dei laterizi. E’ stata condotta un’analisi sulle diverse dimensioni dei mattoni della Rocca al fine di valutare l’epoca e luogo di fabbricazione. Nel secondo libro di “De Architectura”, Vitruvio2, passando alla trattazione dei materiali, chiama con il termine greco il mattone “Doron” (offerta dei doni), perché è sempre consegnato con il palmo della mano; da questo derivano i nomi dei due principali tipi di mattoni utilizzati negli edifici dei Greci; “Tetradoron” (4 palmi) era denominato il laterizio utilizzato nelle abitazioni private, “Pentadoron” (5 palmi), era la dimensione del mattone utilizzato nella costruzione di opere pubbliche, e in fine “Lidio”, lungo 1 piede e mezzo, largo un piede (44,4x 29,6 cm.), era il laterizio utilizzato in epoca romana.
La dimensione dei mattoni variava nell’antichità a seconda del luogo e delle epoche e del gusto. Difficile poter individuare le fornaci di produzione dei mattoni; a quel tempo nell’entroterra veneziano la produzione dei laterizi era informale e i forni duravano quanto serviva, non vi sono tracce significative di questi luoghi di produzione. Le dimensioni dei laterizi possono essere desunte dagli abachi di pietra e dalla legislazione che ne regola la produzione e il commercio già dal XIII secolo, per cui esisteva una “forma campione” che i fornaciai erano tenuti a rispettare.
La dimensione media dei mattoni rinvenuti è di 25-26 x 13 x 5,5-6 cm., attribuibile alla produzione veneziana dei laterizi della metà del XV sec., in alcune parti sono più sottili, alti circa 4,5-5 cm., come nella parte basamentale del muro ovest e sono prevalentemente di colore rosso scuro. Il valore dimensionale massimo di laterizio rinvenuto nelle torri di 28 x 14-15 x 6,3-7 cm., corrispondente alla produzione veneziana del XII e XIII sec.; infine la dimensione media di 24-25x12x5 cm., attribuibile a fine settecento, è stata riscontrata solo nella parte sommitale degli archi del Mastio. Le variazioni dimensionali possono dipendere da diversi fattori casuali, (ritiro, usura, lavorazione), ma comunque la tendenza intenzionale a diminuire le dimensioni dei mattoni nel tempo è dovuta a esigenze economiche presenti già ella produzione preindustriale.
I saggi di scavo compiuti dalla Soprintendenza non hanno individuato un deposito archeologico sopravvissuto all’uso cimiteriale, utile a una datazione, sarà necessario eseguire ulteriori saggi all’interno delle torri, contestualmente alle perazioni propedeutiche al riuso funzionale. Nella parte antica della Rocca è stato impiegato il tipo di muratura che Vitruvio (II.8) chiama, impiegando ancora una volta la parola greca, “émplekton” (a sacco), che è riconducibile all’ “opus cementitium”, romana. Si tratta di struttura muraria divisa in tre parti, in cui il nucleo interno è formato da elementi diversi, mattoni o coppi rotti,legati con malta di calce aerea, calce viva spenta sul luogo, contenuta tra due paramenti con corsi alternati di testa e di fascia.Questo tipo di costruzione ne garantisce la durata, i paramenti perimetrali “muri in pietra cotta nelle muraglie delle città” devono essere fatte, come indicato da Palladio (I, IX)3 in modo che fuori siano di “quadrello, e nel mezo pieni di cementi”. La tipologia muraria dei paramenti nella Rocca varia a seconda delle parti, è abbastanza regolare nel Mastio e nella parte sommitale dell’ingresso, dove i mattoni si scambiano di testa e di fascia ogni corso (gotica), in taluni casi si presenta con un corso tutto di testa (olandese) e nelle parti di notevole grossezza il paramento esterno alterna un corso di testa e uno di fascia.
Le cause del degrado delle malte sono riconducibili alla loro composizione, a processi chimici e fisici e all’inquinamento.Attraverso le analisi abbiamo potuto individuare le proporzioni tra legante e inerte e il tipo di calce e aggregati presenti nei campioni di malta prelevati, diversi anche per gli aspetti cromatici e di resistenza. Siamo giunti a definire gruppi di malte e laterizi omogenei, attribuibili alla stessa fase costruttiva o periodo storico, per quanto riguarda la loro natura e composizione e per quanto riguarda l’omogeneità degli impasti e grado di cottura.
La curva granulometrica utilizzata,nonché le proporzioni tra calce e sabbia, hanno permesso di evidenziare differenze operative dovute a tecnologie emaestranze diverse. Le stilature dei giunti realizzate in epoche diverse sono visibili in più parti. L’analisi delle malte ha portato ad evidenziare una analogia tra gli impasti, con alcune differenze dovute all’aggiunta di cocciopesto o per la presenza di una frazione di gesso (solfato di calcio biidrato), sintomo di un processo di degrado del legante denominato ‘solfatazione’, che ne diminuisce la resistenza. Alcune malte sono di peggior qualità con numerosi calcinaroli, grossolani, il colore di queste è nocciola chiaro, mentre in altre zone sono più omogenee e di colore grigio.
Abbiamo individuato anche un tipo di malta nocciola scuro-giallognolo, la cui colorazione è dovuta alla presenza di una maggior quantità di cocciopesto. I sette gruppi di malte caratterizzate indicano tempi costruttivi diversi, differenti provenienze della sabbia naturale, utilizzata per la carica, costituita da sedimenti fluviali del Brenta o del Bacchiglione.
Una parte di calce e due di sabbia di fiume sono considerate da Vitruvio (II.7) le proporzioni ottimali, migliorabili ancora aggiungendo una terza parte di quelli che lui chiama “cocci di tegole pestati”. Oltre che per questo la malta viene considerata di buona qualità anche per l’accuratezza dell’impasto e per la cottura della pietra, che deve essere più uniforme possibile.
Nelle Torri Sud ed Est e nel Mastio la malta nocciola chiaro è stata ottenuta miscelando una parte di legante a base di calce aerea di struttura omogenea, con rari calcinaroli, e due parti di aggregato costituito da sabbia del Brenta. La malta grigia presenta una parte di legante e tre parti di aggregato, la matrice è di calce aerea omogenea, talvolta grumosa, con rari calcinaroli.
Le malte di allettamento della Torre Ovest presentano delle caratteristiche composizionali diverse, da cui risulta che siano stati impiegati per la costruzione una calce aerea eterogenea e grumosa e sabbia del Bacchiglione. I sali idrosolubili risultano praticamente assenti in tutte le campionature, ciò denota che le murature sono poco interessate dal fenomeno di umidità di risalita, mentre sono soggette a dilavamento del nucleo (émplekton) a causa dell’ infiltrazione delle acque meteoriche, tramite i varchi aperti dai crolli sommitali e parietali.
L’analisi degli elementi microbiologici ha rilevato la presenza diffusa di colonie di licheni crostosi, associati a tappeti muscivi, che provocano le alterazioni e il degrado delle superfici attraverso la corrosione acida.
Le indagini di laboratorio hanno consentito la valutazione delle alterazioni chimico-fisiche provocate dall’ambiente sull’efficienza statica delle murature della Rocca e la compatibilità cromatica e di resistenza con malte e mattoni nuovi, hanno permesso di individuare le componenti presenti nell’argilla e la sua provenienza. Inoltre hanno consentito di stabilire i diversi metodi di pulitura delle superfici.
Cosa ci riferiscono al di là del dato puramente scientifico? I quattro tipi di argilla fanno presumere diversi luoghi di provenienza a seconda delle epoche; in particolare l’argilla chiara risulta tipica della gronda lagunare, mentre l’argilla rossa ”ferritica” è tipica della zona pedemontana. I mattoni della Torre Ovest presentano composizioni diversificate rispetto al Mastio, sono di colore rosso scuro, con struttura più o meno omogenea, con una temperatura di cottura non superiore ai 950°C. e non inferiore ai 700°C..
I laterizi della Torre est presentano analogie con quelli del Mastio, mentre i mattoni della Torre Sud hanno analogie composizionali con i prelievi eseguiti nella Torre Ovest . La presenza di cocciopesto in alcuni tipi di malta nocciola chiaro del Mastio e della Torre Est, rispetto alle malte grigie del muro e Torre Ovest, possono attribuirsi a fasi costruttive diverse e a una tecnica costruttiva di origine antica.
Le conclusioni che possiamo trarre e che alle origini ci troviamo di fronte a un impianto unitario di derivazione classica, costruito con malte connotate dalla presenza di cocciopesto, più volte trasformato nella pianta e nell’alzato, soggetto a vari interventi di consolidamento, con uso prevalente di malte grigie; le altre diversità riscontrate nell’inerte è il rapporto carica legante, esclusi gli interventi recenti, sono riconducibili all’approvvigionamento di sabbie con sedimenti fluviali diversi, del fiume Brenta per quanto riguarda il Mastio, mentre nella Torre Ovest, la calce aerea eterogenea e lievemente grumosa, risulta impastata con sabbie che presentano una composizione confrontabile con i sedimenti fluviali del Bacchiglione.
Le tracce di una pittura bianca a base di calcite e polvere di quarzo, al di sopra dell’intonaco sul lato sud della Torre Ovest, fanno presumere che per la torre fosse stato utilizzato latte di calce, preparato con grassello di calce diluito con acqua, al fine di ottenere una verniciatura omogenea della superficie muraria.
Patrizia Valle
"Rocca dei Tempesta. Progetto di restauro. Cantiere aperto" Palazzo della Loggia, sala espositiva E. Lancerotto - Noale 3 aprile 2009 a cura di Patrizia Valle Noale 2009
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